Le sculture di Dennis Maher sono esattamente quello che sembrano: vecchi palazzi rasi al suolo, fatti a pezzi e messi insieme alla rinfusa. Eppure lui ne ha fatto una forma d’arte.
La storia che sta dietro alle sue creazioni in realtà è un po’ meno ovvia.
Nel 2002 Maher era un professore part-time di architettura all’Università di Buffalo, cioé un precario alla disperata ricerca di qualche soldo in più. Così si è dovuto accontentare di un lavoro in un’impresa di demolizioni, una delle attività più diffuse e floride nella città statunitense.
Colpito dalla quantità degli sprechi, ma anche dal fascino delle macerie, piano piano ha cominciato a collezionare gli scarti “migliori”: pezzi di case, porte, finestre e parti di un magazzino. Ma non si è fermato qui: li ha fusi in grandi sculture dall’indubbio fascino, finché non lo hanno notato anche le gallerie d’arte americane. E non è un caso che ora le sue opere siano esposte al Burchfield Penney Art Center di Buffalo e alla Black&White Gallery / Project Space a Brooklyn, dove addirittura è stato presente per un’estate intera. Ecco come la vede lo stesso Maher:
“Sto formulando una pratica che mette insieme arte, architettura e attivismo civico. Secondo me la demolizione è una forma di cancellazione culturale. Io invece sono interessato in quello che fa alle tessuto urbano e alle comunità”.
Il recupero di vecchi edifici in disuso è una pratica molto diffusa nella cultura urbanistica americana e non solo.
Buffalo è solo una delle città che si è accostata al recupero di edifici abbandonati. Quasi come se l’architettura classica incontrasse l’”anarchitetto” Gordon Matta-Clark, artista americano che si divertiva a trasformare gli edifici abbandonati in opere d’arte. Proprio come Dennis Maher.
In tempi di (post) recessione come questi non si butta via niente, nel vero senso della parola.






