C’era una volta Mao Tse-tung, rivoluzionario e capo di stato cinese morto nel 1976 che ha dato una grande spinta alla Cina per farla diventare quella che è oggigiorno. E c’era una volta pure Shenyang, una delle città cardine del piano di industrializzazione voluto da Mao, che era famosa per le sue attività manifatturiere, l’industria pesante, fuliggine e inquinamento. Il distretto di Tiexi era l’emblema di questa città, con la sua foresta di ciminiere e camini a perdita d’occhio.
Dal 2010, non c’è più traccia di industria pesante in quella che è la capitale nordorientale della provincia di Liaoning, con i suoi 8 milioni di abitanti. Le zone residenziali non sono più soggette al riscaldamento tramite carbone, ma sono state convertite all’utilizzo di gas naturale. Gli spazi verdi in città sono aumentati del 30% nel biennio che va dal 2005 al 2007 e, cosa assai rilevante, le industrie pesanti che sono state dislocate fuori dai confini urbani, inquinano sensibilmente meno di qualsiasi altro impianto cinese: gli impianti di Shenyang emettono circa un quinto del livello di ossidi di zolfo rispetto alla media nazionale in Cina. La ragione, molto semplicemente, è che la città ha demolito gran parte della vecchie fabbriche e, letteralmente, le ha ricostruite nuove, con nuove strutture e attrezzature di desolforazione.
“Se avessi indossato una camicia bianca a scuola, entro la fine della giornata sarebbe stata marrone”, ricorda He Xin, nato nel 1974 e ora vice presidente dell’agenzia di consulenza ambientale BioHaven, “e ci sarebbe un anello di fuliggine nera sotto il colletto. Non siamo ancora perfetti, ma ora l’aria è molto più pulita, quasi non sembra che ci si trovi in Cina.”
Lo scorso novembre, l’Urban China Initiative (UCI), una think tank co-fondata da McKinsey & Co., Columbia University e la Tsinghua University di Pechino, ha pubblicato il suo primo Urban Sustainability Index per quanto riguarda la Cina. L’indice valutava la sostenibilità in 112 città, tenendo in considerazione 18 indicatori ambientali (dall’inquinamento atmosferico al riciclaggio dei rifiuti al trasporto di massa) per gli anni 2004-2008. Tra le città cinesi, Shenyang è emersa come leader nel miglioramento ambientale.
Ora il distretto di Tiexi non è più quella foresta di ciminiere e nuvole di fumo come 40 anni fa, ma una zone piena di complessi residenziali di lusso, strade a quattro corsie fiancheggiate da alberi di ginkgo, centri commerciali e pure il primo stabilimento Ikea della città. Certamente l’inquinamento a Shenyang è ancora presente: il boom edile ha portato un altro tipo di inquinamento e, anche se superiore alla media cinese, il trattamento delle acque reflue è pur sempre sotto gli standard occidentali. E, se vogliamo dirla tutta, non è stato lo spirito ambientale a spingere Shenyang a divenire quello che è, ma è stata una necessità: se negli anni 50-60 l’industria era il fiore all’occhiello della città, negli ultimi anni i macchinari erano ormai diventati obsoleti e malfunzionanti e di conseguenza portavano meno soldi.
Nuove fabbriche, quindi, e nuove regole urbanistiche, grazie al capo dell’Ufficio per la protezione ambientale Li Chao. Tra le sue iniziative vanno citate anche l’apertura di un blog ambientale a cura dell’ufficio e la creazione di una linea diretta col cittadino per esporre reclami in ambito di inquinamento acustico e ambientale. Tutto questo e molto altro hanno fatto sì Shenyang si scrollasse di dosso la cappa di fuliggine che la contraddistingueva per indossarne una meno grigia e più verde. Ci sarà ancora molto da fare, ma intanto qualcosa si è mosso, con la speranza che gran parte della Cina possa seguirne l’esempio.
fonte immagine | willysthomas.net








